Mario è vegano

Mario va a scuola e tutti lo guardano strano.
In mensa non mangia mai niente, solo un poco di pasta in bianco e due verdurine lesse.
E spesso nemmeno quelle.

Le maestre lo additano ai compagni dicendo che lui è vegano. E che la mensa della scuola non è pensata per cucinare i cibi che piacciono a lui.
Le maestre, quando credono che lui non senta, dicono anche che non è vaccinato e che la scuola non dovrebbe accettare gente così.

Mario sente tutto, perché gli adulti quando bisbigliano non si curano di sapere se c’è l’oggetto dei loro bisbigli a portata d’orecchio, soprattutto se è un tappo di poco più di sei anni. E lui ha le orecchie fine.
Mario è vegano e non vaccinato, dicono tutti. Ma lui non sa che vuol dire.

Sa solo che a ogni starnuto, i suoi compagni si aprono ad ala, e si allontanano di una bella decina di metri. Se starnutisce in classe, il giorno dopo mancano all’appello quattro o cinque bambini. Le mamme fanno gli scongiuri quando lo vedono entrare e bisbigliano anche loro, additandolo, come se fosse un mostro.

Mario ne soffre, ma non sa che fare.
In mensa prova a mangiare la carne di manzo, per sembrare più simile agli altri. Il sapore lo nausea, sente un odore sgradevole. La sputa.
La cuoca si arrabbia, dice che lui non è mica normale.
Lui non si arrende. Prova il tacchino, il pesce, il maiale. Niente da fare. Lui sputa tutto, come se una mazzata gli arrivasse in pancia. La cuoca lo odia, alza la voce quando lo vede entrare, dice che la mensa non è un albergo.

Lui sta sempre più male. Un giorno torna a casa e dice ai genitori che si sente un mostro.
«Che cos’è un mostro, secondo te?» chiede la mamma.
«Uno diverso dagli altri bambini» dice lui.

Suo padre perde la calma e urla che i mostri sono loro, gli altri, che insozzano il loro corpo con carne di animale, tra l’altro piena di schifezze industriali e con medicine che servono solo a ingrassare le multinazionali. Mario non capisce. Fa sì con la testa.

«Abbiamo fatto solo scelte diverse» dice le mamma «Siamo tutti uguali, solo facciamo scelte diverse. Per molti, questa è ancora una cosa malvagia.»

Il padre sbraita che col cavolo che siamo tutti uguali e di non farcire la testa del bambino con queste idiozie. Gli altri sono un branco di pecore.

«Ma è vero che sono vegano?» dice Mario. E’ quasi in lacrime.
«Quelle sono solo parole. La gente le usa spesso come sassi da lanciare. Noi le definizioni preferiamo evitarle».

Poi cambia prontamente discorso e gli chiede se ce l’ha ancora quell’amichetto che voleva invitare a casa, un pomeriggio. Lui sorride e risponde di sì.
Lei gli chiede se non è per caso quel bambino musulmano, che un giorno ha affermato con orgoglio: “io non mangio carne di maiale!
«Proprio lui.»
«Allora invitalo. Vedrai che poi tutto si sistema.»

Due giorni dopo, si presenta a casa con un bambino un po’ più alto e con la pelle un po più scura. Entrano in cucina e salutano la mamma. La mamma sta affettando il pane. Mette giù il coltello e si volta con un bel sorriso.

«E così, tu saresti Mohammed, quello che non mangia carne di maiale, eh?»
Lui gonfia il petto, pieno d’orgoglio.
«Ma non sono mica vegano come voi, però.»

«Noi non siamo vegani»
Mario alza gli occhi. A parlare è stato il padre, sbucato da chissà dove e appoggiato allo stipite della porta. Anche Mohammed alza gli occhi sul nuovo venuto.

Allora la mamma afferra il coltello e lo pianta in gola all’amichetto del figlio. Mohammed crolla in terra, con gli occhi che si spengono e il sangue che cola lungo la gola, e inzuppa la maglietta. La mamma si lecca il dito con evidente piacere.
«Tieni, assaggia» dice e allunga una mano.
Mario lecca via un po’ di sangue dal dito della mamma e scopre che gli piace.

«Stasera, arrosto!» dice il padre. E’ tutto allegro. Si avvicina al figlio e gli mette entrambe le mani sulle spalle.
«Contaminare la carne di valore, mangiando carne di secondo ordine, è come mettere Coca Cola dentro un Brunello di Montalcino. Per questo mi piacciono indiani e musulmani»
Mario non capisce. Capisce solo che il suo amichetto ha un ottimo sapore.
La mamma intanto lo sta affettando. Gli stacca un dito e glielo dà da sgranocchiare.
Mario ha un pensiero fisso in testa.
«Ma allora non siamo vegani?»
La mamma sorride e fa no con la testa.
«Ma la gente dice così, dice che siamo vegani!»
«La gente crede a quello che vuole credere. Non è pronta per sentire la verità. Comunque no, non siamo vegani.»

Mario fa sì con la testa. Esce dalla cucina e va in cameretta, mentre finisce di spolpare fino all’osso il dito dell’amico.

E’ contento. Ora sa che non è un mostro.