Prigionieri del cemento

In questi anni ho visto tante persone cambiare, migliorarsi, uscire da situazioni complesse, trovare una strada buona per sé e per gli altri, creare o tentare di creare qualcosa di importante, pur partendo da situazioni su cui non avresti mai scommesso.

Ma ne ho viste di più che sono rimaste uguali a un’immagine di sé, come se fossero cadute in tenera età nel cemento fresco, incapaci, quando si solidifica, di spezzare quella forma e provarne una nuova.
Ne ho viste di più dibattersi in una vita che funziona, o funzionicchia, solo perché c’è solo quella e quindi deve funzionare per forza.
Con una insoddisfazione sotterranea, come il fiume di melma in Ghostbusters II.
Che la senti, che gratta sui muri, che filtra dalle intercapedini, che cola sui pavimenti.

E poi ci sono quelle che avrebbero potuto evolversi, che avrebbero trovato una nuova forma, più utile alla vita che stanno facendo, slegata dal cemento. Una forma più lieta.

Se.

Se non fossero state così sole, se avessero avuto più conoscenza, se qualcuno le avesse condotte lungo un cammino differente o se ci fosse stato qualcuno, per un tempo sufficiente.

Certo, mi dirai, la storia non si fa con i “se”.
Però a volte emergono dal passato persone che ci hanno anche provato a mettere una mano o forse un dito fuori. E poi l’hanno ritirato perché, forse, lì fuori c’erano il signor nulla e il signor nessuno.

E son tornate nella loro forma, come sempre, prigioniere del cemento.