L’ultimo compleanno

Oggi è il mio ultimo compleanno da celibe.
Fra un mese sarò sposato e, anche se in apparenza non cambierà nulla – dato che conviviamo da quando ci siamo conosciuti – in realtà cambierà tutto.

Cambiamento
Cambiamento, per me è una parola difficile. Non l’ho mai digerito. Anzi, l’ho resistito stoicamente, con tutte le mie forze, per gran parte della mia esistenza. Quella storia della strada vecchia e della nuova mi dev’essere entrata in testa parecchio. Sapere chi sei oggi, e non sapere chi sarai domani. Dove sarai, come sarai, cosa sarai. È un salto nel buio. Non mi piace saltare nel buio. Poi chissà dove finisco. Magari atterro in un posto che non mi piace o cado e mi faccio male. O atterro in un posto che non mi piace e cado e mi faccio male. Ok, ho reso l’idea. Così, meglio non saltare, mi sono detto.
È una strategia. Non proprio vincente, ma ha i suoi perché.

Però mi piace complicarmi la vita. Ho scelto di non saltare. E invece ogni tanto salto, e anche bello lungo. Poi mi spavento del salto, sospeso a mezz’aria e mi dico “che fai? Pazzo! Torna indietro!
Fermarsi a metà del salto è pericoloso: cadi come un piombo e ti spacchi qualcosa. Garantito. Non ne esci bene, se ti fermi a metà del salto. Neo docet.

Tenere la posizione di mezzo, per un saltatore, è impossibile.
O sei uno che salta, o sei uno che non salta. È possibile saltare, ma anche non saltare? La risposta è ovvia, però io c’ho provato. E ci provo ancora. Ecco perché mi faccio così male ogni volta che salto. Ecco perché è sempre così difficile, sia saltare, sia stare in quel momento di mezzo, quando i piedi non sono più a terra e tu non hai bene idea di dove andrai a finire. Il momento del balzo.

Che poi il problema è più complesso. Se inizi a saltare una volta, capisci che non basta. Che devi saltare ancora. Devi saltare sempre. Il cambiamento non è una tantum. È una dannata droga.
Uno dice, va bene, ho fatto un paio di cambiamenti, due o tre scelte ben azzeccate, adesso lasciatemi in pace. Invece no. O sempre, o niente.
Certo, c’è quella via di mezzo, quel vorrei, ma non posso, nel quale sguazzo con abilità come un ippopotamo nel fango. Ma c’è un conto da pagare ed è salato. Si chiama insoddisfazione. La sottile e persistente sensazione che qualcosa ti sfugge. Un vuoto che non può essere colmato mai.

A dirla tutta, c’è un conto anche nel salto. C’è un prezzo da pagare per tutto, inutile raccontarsela. Se non ci fosse, se fosse percepito come innegabilmente meglio, tutti lo farebbero allegramente. Salteremmo tutti, ora, subito, e via. Chi ci pensa più?
E invece no, giù a pensarci. Perché, perché…ognuno ha i suoi, di perché. Perché non sai dove andrai a finire. Non sai se ce la farai. E sai che non si torna indietro. Questa è una bella mazzata.
La vita non è un cammino. In qualsiasi strada si può sempre tornare indietro. Invece no. La vita è una serie di dighe. Una volta aperta, il fiume che avevi imbrigliato esce fuori alla massima potenza e non lo riporti indietro in nessun caso (eccezion fatta per Sirio il Dragone, che inverte il corso di una cascata con un pugno. Ma tu non lo sei).

Indietro non si torna, quando si sceglie di saltare, quando si scorre con la corrente. Non è mica facile, scorrere insieme a un fiume impetuoso, senza farsi travolgere. Senza farsi trascinare via, annegati o fatti a pezzi.
Panta rei, diceva quello, ma chi se ne importa? La questione è capire come scorri. Un conto è fare rafting dentro una canoa, un altro è finire nelle rapide e giocare a flipper con le rocce. La pallina è la tua testa.

Oggi è il mio ultimo compleanno da celibe. La diga è aperta, il salto già iniziato. Ed è un salto che ha in sé tanti altri salti, quella maledetta droga che se smetti di assumerla, lo spirito si secca, come una pianta mai innaffiata.
L’augurio che mi faccio, per questo e per tutti gli altri compleanni, è di imparare a saltare e a prendere la droga e non guardarmi indietro.

Di scorrere con la corrente, senza affogare.