Il ritorno dei clichè e Cecità di J. Saramago

In questi giorni passo da un libro all’altro, spiluccando incipit e saltellando fra le parole delle prime pagine. Mi sento un’ape ansiosa che non riesce a trovare il suo fiore.
Cecità di Saramago mi ha lasciato a terra. Spossato. Più leggevo e più mi consumavo. No, nemmeno questo. Mi svuotavo, silenziosamente, come una camera d’aria con un piccolo foro che non riesci mai a individuare. La guardi oggi, domani, dopodomani e ti sembra che si stia sgonfiando.Tuttavia non capisci mai perché.
Ho bisogno di ricaricarmi. E così mi butto su Van Vogt, il caro vecchio Alfred, con la sua immaginazione illimitata. Attacco un romanzo, poi due, poi tre. Niente da fare. Sembra quasi che il vecchio zio Al non abbia scritto niente di decente oltre a Crociera nell’infinito e Slan. Pare che la trilogia del Non-A sia niente male, ma quello me lo voglio tenere per un momento buono. Ora ho bisogno di ricaricarmi. E non lo faranno le trame caotiche e senza né capo, né coda di quello che rimane comunque un maestro della fantascienza.
Così mi trovo fra le mani il Signor Malaussene. Quarto, o quinto capitolo della saga. Inizia bene, non lo nego. Ma aver letto i primi quattro (o tre, chi si ricorda, tanto sono tutti uguali) libri della serie in un anno e mezzo forse è stato troppo. Detto in altri termini: questo Malaussene ha davvero rotto le palle. Non ne posso più dell’emotività spinta, di quest’inno alla vita talmente gioioso e fuori luogo da risultare melassa pura.
Pennac scrive da Dio. E la sua è una fiaba. Una fiaba bellissima, che fa tutto quello che deve fare una fiaba: mi emoziona. Si ride a crepapelle, si piange fino alla lacrime. La prima volta. La seconda hai già capito un po’ come funziona. Ma va bene anche così. La terza ci ricaschi, la quarta volta la favola t’è venuta a noia. Ormai suona finta. Come i fiori sulla tomba di mia nonna, per evitare che se li mangino i conigli.
Non riesco a trovare una ricarica. Ho nostalgia del fantasy. Quello che le case editrici detestano, quello che gli scrittori esordienti schifano, perché dicono: basta coi cliché. I cliché, tutti a dar loro addosso. E che ti hanno fatto di male? I cliché del fantasy, con l’eroe pirla che non vuole essere un eroe e alla fine, suo malgrado, lo diventa. Che viaggia di paese in paese, che se non fai la quest non è mica un fantasy. Una storia dove si incontrano improbabili creature mostruose. Dove ci sono stregoni e cappe e spade. E dove, alla fin fine, il problema di lui è sempre quello: vincere le proprie paure e conquistare la di lei di turno. Che in fondo, sono poi la stessa cosa.
Voglio il mio fantasy di protezione e vaffanculo a chi mi dice che è morto.
Cecità m’ha lasciato a terra. Un grande romanzo, intenso, forte, con una storia assolutamente originale. Un’apocalisse zombi senza zombi. Solo fatta di ciechi. E con la cecità, si spalanca l’abisso dell’abiezione umana. Adoro l’abiezione, perché poi hai sempre il protagonista che tenta di cavarti fuori. C’è anche qui.
Ma forse il delineare i personaggi senza delinearli, il realismo distaccato dell’inferno della cecità collettiva, o forse l’insistente presenza di una volontà, quella dello scrittore, che non accenna a smettere di volerti fare la morale, m’hanno messo a terra.
Non lo so, forse non è il momento. Ci sono momenti e momenti e libri per ogni momento. Forse ora ho bisogno di riposo. Di avventura, pura e semplice, di inseguimenti e tranelli, di assedi e stregonerie, di malvagi al di là di ogni possibile comprensione e di buoni che li sfidano, pur sapendo che non avranno la minima speranza. E vincono. Ovviamente.
Ho bisogno di commuovermi e dei miei cliché rassicuranti. Di un eroe pirla che si scopre eroe solo alla fine. Di cattivi invincibili fino all’ultimo colpo di spada. Di una bella che, una volta conquistata, deve andare via, sacrificarsi o scomparire, lasciando l’orgoglio dell’eroica rinuncia al protagonista. E a te l’amaro in bocca.

Anche se dalla prima scena, già lo sapevi come andava.