Vediamo se non molli


Scendo in cortile a cambiare i cestini e mi trovo sulle scale una bambina di prima elementare. Ha la faccia imbronciata, anzi, a dirla tutta, è furibonda. Hai presente quando tieni gli occhi fuori dalle orbite, quando proprio tutto il fisico si sforza di tenere il passo con il tuo stato d’animo?
«Che fai qui?» le chiedo.
Lei si volta di spalle e incolla la faccia al muro. Con i capelli lunghi biondi che vanno a spazzolare la polvere.
«Non voglio giocare» dice lei.
È un sussurro, tanto che devo piegarmi e chiederle di ripetere per sentirlo.
«Non vuoi giocare con gli altri tuoi compagni?»
I ragazzini delle due prime si scatenano in cortile, sudando allegramente sotto questo sole di giugno. Lei continua a rimanere girata. Le chiedo se è arrabbiata e con chi ce l’ha e che cosa desidera. Ottengo solo dei mugugni sussurrati a denti stretti, che tradotti significano “no”, “niente”, “nessuno”. Non so nemmeno io a quali domande appiccicare le risposte, ammesso che abbia senso farlo.
«Vuoi parlare con la maestra?»
Lei fa sì con la testolina. Evviva! La prendo per la manina e insieme andiamo verso la panchina dove le maestre stanno chiacchierando. A un paio di metri si blocca e si nasconde dietro la colonna.
Vado incontro alla maestra. Lei ha un’aria interrogativa, come solo le maestre sanno fare. Che con uno sguardo ti tirano fuori tutto. Le maestre dovrebbero lavorare per la CIA.
«C’è una bambina che vorrebbe parlarle.» dico.
Lei butta un occhio al di là della colonna.
«Ah, Giulia. La lasci perdere. Ogni tanto fa così, senza motivo. Se vuole venire, vedrà che viene.»
Della serie: la questione è chiusa. Me ne torno indietro con più domande che risposte. Sono confuso. Non ne vengo fuori. Ho delle cose da fare e lascio perdere. Giulia nel frattempo è ritornata indietro, perdendo nuovamente quei pochi metri di avvicinamento che si era guadagnata. Che faccio?
Provo a parlarle ancora, ma niente. Lei sta sempre girata, mi risponde con sussurri e ha sempre quella faccia buia, con gli occhi stralunati. Non sembra esserci nessun motivo. Nessun litigio, nessun rimprovero precedente da parte degli adulti. O almeno credo.
«Cosa vuoi adesso?»
È un ultimo, disperato tentativo di capire cosa posso fare per lei. Sono nervoso. Non dovrei essere qui. Non mi pagano per stare dieci minuti a parlare con una bimba che non vuole giocare con i suoi amichetti. E se le maestre mi vedessero? So già il copione.
Si arrabbiano con lei e le dicono di non disturbare il signor bidello.
C’è qualcosa di non scritto, ma sempre presente nella scuola: i bambini sono responsabilità degli insegnanti. E basta. Se un bidello ci perde troppo tempo c’è qualcosa che non va. Non ho mai capito se vogliono proteggere me da loro o loro da me. In ogni caso, la sgridata se la prende il bambino e io finisco per sentirmi fuori posto. Cosa che poi sono, in effetti. Sono i ruoli, baby.
I bambini non fanno parte del mio ruolo. Sì, lo so, il bidello simpatico, quello che ti regala una caramella o ti dà un buffetto c’è sempre, ma qui parliamo d’altro. Qui nessuno si aspetta che realmente mi interessi al destino di questa ragazzina. Qui sto uscendo dal mio ruolo.
Perciò, quando lei risponde: “voglio che vai via”, io dico che va bene. Se è questo che desidera, se la fa sentire meglio, me ne vado. Tra l’altro devo ancora spazzare le scale e il corridoio. Forse vuole davvero stare da sola. Forse le sto solo dando fastidio. Che ne so io di cosa vuole una bimba di sei anni? Forse lei voleva la maestra. Torno di sopra, a spazzare le scale. Ho un senso di sconfitta. Ho perso qualcosa, ma che cosa?
Certo, che strana questa ragazzina. Più mi avvicino, più si allontana. Non so che fare. Non compete nemmeno a me. Spazzo le scale e cerco di dimenticarmi di questa brutta storia. Sai quante ce ne sono in una scuola? E nella vita? Eppure…
Eppure non l’ho forse conosciuto anch’io trent’anni fa un bambino che si nascondeva agli altri, sperando di essere cercato? Che, in una sorta di allucinazione folle, pensava: se mi cerchi, ti rifiuto?
E vediamo se mi cerchi per davvero.
Vediamo se non molli. Vediamo quanto a me ci tieni. Vediamo quanto mamma tiene a me.

E ovviamente, il mondo funziona esattamente come vogliamo che funzioni, che sia inconscio o conscio il meccanismo. Tu ti allontani, nessuno ti cerca.
Perché la vita è così: se scappi, nessuno ti verrà a cercare.
Sad, but true, come dicono i Metallica. E tu scappi il doppio, perché vuoi che qualcuno rompa il cerchio della solitudine e più il cerchio si stringe, più tu lo rinforzi, perché il desiderio bruciante che qualcuno lo spezzi è inesprimibile. E alla fine, alla fine qualcosa si spezza. Ma non è il cerchio. Sei tu.
Quella stanza asfittica piena di polvere che chiami solitudine non è più solo una stanza, è il tuo mondo. E non si sono porte, non ci sono finestre. La polvere aumenta solamente e tu non puoi fare altro che respirarla, finché non ti entra nei polmoni, nelle cellule, e alla fine quella polvere, quella solitudine, diventi tu.
Ecco il senso di sconfitta! Mi hai fregato, piccola biondina di sei anni! Ci sono cascato. Non del tutto però. Così ritorno.
Lei è ancora lì. Faccio capolino. Appena mi vede si volta immediatamente dandomi le spalle.
Mi sale l’ansia. Non so che fare. Non ho le abilità, le conoscenze giuste. Che fare? Proviamo col solletico. Le va. Parlare no, solletico sì. Ok, rinuncio a capire la logica di una bambina di sei anni. Lei rimane di spalle, io comincio a farle il solletico. Parte una risatina.
«Ah, ecco lì un sorriso.»
La classica frase da adulto che non sa che dire. Patetico, ma almeno lei si volta. Ok, ora ci siamo. Tu non lo sai, piccoletta-che-fa-il-muso-senza-motivo, ma il solletico è un ottimo argomento di conversazione. Io lo soffro un sacco. Tu meno? Sul collo no? E comunque lo reggi molto bene!
Lei però ancora non si molla. Continua a tenere il muso e quando può si gira verso il muro. In quella passa un’amichetta.
«Cos’ha Giulia?» chiede.
« È arrabbiata, ma non ci vuole dire perché.»
L’amichetta, per un caso fortuito o forse perché mi legge nel pensiero, si ferma lì con noi.
E tac! Come succede solo nelle storie, l’inaspettato accade!
Passano altre bimbe per andare in bagno e al ritorno si fermano anche loro. Una, due, tre. Alla fine ho intorno cinque bimbe chiacchierone. Partono domande a raffica, risposte e racconti di esperienze del momento, del giorno prima, di un mese fa. Cinguettano come uccellini, si parla di tutto, una dietro l’altra. Devo andare, lo dico più e più volte, ma nessuna si volta per tornare in cortile. E anch’io faccio fatica. È come se ci fosse qualcosa che mi trattiene. Sono loro. Mi trattengono, non vogliono smettere. Anche Giulia non si sposta. Sorride. Non troppo, ma sorride. Parla, ascolta, fa domande pure lei. Qualcosa si è spezzato, si è aperta una finestrella nella stanza della polvere.
Non è più sola.
Mezzogiorno. Dieci minuti al suono della campanella.
«Tornate a giocare ragazze.» dico.
E faccio il gesto di accompagnarle con le braccia.
«Anche tu Giulia» e lei segue l’onda e va.
È fatta? Sì, no, non lo so, speriamo. Non ho tempo di stare a guardare. Non saprò mai se Giulia alla fine è andata con le amiche o se è tornata indietro e ha ripreso il suo posto accanto al muro della tristezza.
Stavolta ho incrociato una piccola vita e me ne sono accorto. Non è sempre così. Quanto spesso accade che ci passo davanti come se non esistessero? Perché sono di fretta, perché sono stanco, perché non mi compete, perché, perché, perché. C’è sempre un perché nel mondo degli adulti. Un perché per dire a una bambina di sei anni: se vuoi fare così, peggio per te. Oppure: se ti vuoi rovinare la ricreazione, sono affari tuoi.
Perché la vita è cruda. E se non cerchi, nessuno ti cerca. E se non chiedi, non ti sarà dato.
Però a sei anni, forse, queste cose non le puoi sapere. A sei anni, se mi sfuggi, forse posso ancora correrti dietro. E farti sapere che, qualsiasi cosa tu farai, io non ti mollo.

Quando la classe rientra dalla ricreazione, Giulia è l’ultima della fila. Ha di nuovo il muso e gli occhi infossati dalla rabbia. La saluto da lontano. Lei fa ciao con la manina e mi sorride. E poi sprofonda ancora nel suo mondo di dolore.

Alla fine non l’ho più spazzato il corridoio.

3 thoughts on “Vediamo se non molli

  1. Carissimo Matteo,
    sono quasi certa che quelle insegnanti, come tante altre, non stessero proteggendo Laura da te ne te da lei, ma semplicemente loro stesse dalla verità, una verità che parla di assenza, assenza da sé, assenza dall’altro, dalla vita e quand’è così, svegliarsi è dura, comporta coraggio, coraggio di prodigarsi a sconfiggere tanti mostri, primi tra i quali, quelli della propria mente.

    quando ti capiterà la prossima Laura, non lasciare che il silenzio alieni anche te, resta nella verità, accetta il dolore, non distogliere la tua e la sua attenzione, resta, sostieni, accetta, stai di fronte e la cosa giusta da fare si paleserà sorprendentemente. ..
    il solletico ha portato un sorriso ma il dolore è rimasto lì, latente, a galleggiare in uno spazio che sempre più sarà colmato e sollecitato.. aiutiamo Laura a vedere e a lasciare andare.
    con grande affetto
    Silvia

  2. Carissima Laura, mi fa tanto piacere la tua “ingordigia”. Grazie per essere passata di qua. E complimenti per il tuo splendido blog!

    @Silvia, ho visto il commento sul blog più tardi, ma grazie per averlo lasciato anche qua. Un abbraccio!

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