Mr. Gwin di Alessandro Baricco

Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio. Siamo il bosco dove cammina, il cattivo che lo frega, il casino che c’è attorno, tutta la gente che passa, il colore delle cose, i rumori.

— dal libro “Mr Gwyn” di Alessandro Baricco

 

Ho letto Mr.Gwin con la stessa foga con cui un uomo appena uscito dal deserto si scolerebbe una bottiglia di acqua fresca. Con quella stessa disattenta avidità con cui ti getti una bevanda gelata in gola, senza valutare se e quanta ne stai facendo colare nell’esofago o sul collo e sulle guance. Mea culpa.

Fatto sta che uscivo davvero dal deserto, un deserto di parole che componevano frasi dotate di senso, ma che unite nel contesto del romanzo, lo perdevano. Mi sono costretto a leggere ogni singola parola del romanzo letto precedentemente a questo e alla fine ero solo stanco. Stanco e assetato. Urgeva qualcosa che mi dissetasse. Ora, subito! Ecco, è arrivato Baricco. Che poi non è nemmeno arrivato, ce l’avevo da un pezzo, ma non l’avevo mai letto. Non sapevo nemmeno cosa fosse. L’ho visto e mi son detto: proviamo. C’è qualcosa di misterioso ogni tanto nelle scelte casuali che si fanno, no? Era proprio il libro che cercavo.

[Ora potrei lanciarmi in una bella dissertazione su come il caso non esista, e che se chiediamo l’universo ci risponde, ma sembrerei troppo la tartaruga saggia in Kung Fu Panda. Non citerò nemmeno l’evangelico “chiedete e vi sarà dato”, perciò mi limiterò a dire che ho avuto culo. ]

Mr. Gwin è una storia gradevolissima, originale, che scorre dalla prima all’ultima pagina con leggerezza e che alla fine ti lascia con quel senso di vuoto e di pieno, tipica di ogni bella lettura. Lo divori perché vuoi arrivare alla fine, perché è scritto per essere divorato. Non una parola fuori posto, non una frase che non abbia senso, non un’idea che sia senza significato. Non capita spesso. Anche ai grandi scrittori succede talvolta di disseminare qua e là punti morti, sequenze inutili, scene che si potevano anche tagliare. Da amante del fantasy, penso a Tolkien, che se nel Signore degli Anelli ci avesse risparmiato un incipit di duecento pagine sulla vita della Contea, io stavo bene lo stesso. Idem dicasi per Tom Bombadil. E un grazie a Peter Jackson per averlo eliminato nel film (Odiatemi fan di Tolkien).

Mr. Gwin invece no. È perfetto dall’inizio alla fine. Si fa leggere tutto d’un fiato. Non devi fare sforzi, non ti devi incastrare sul senso di una frase o di una scena, non devi tentare di immaginarti perché l’autore ha voluto davvero inserire quella scena, piuttosto che quell’altra, che a te suona così inutile e stridente.
Lo leggi e arrivi fin troppo presto alla fine, lieto e malinconico.

E i difetti? Tolto il fatto che è una storia davvero molto corta, quali sono?
Non so se si possa parlare di difetti. Più che altro, ho una sensazione.
Mr. Gwin è perfetto. Perfetto dalla prima all’ultima parola, perfetto nelle virgole, nei dialoghi, perfetto, perfetto, perfetto. È così perfetto che rischi di accorgerti che lo è davvero. Finisci per rimirarne la perfezione e ti accorgi che, forse, è stato costruito apposta solo per farti arrivare fino alla fine. Che di per sé non è un difetto, il problema è quando ti accorgi che la costruzione c’è.
Ma forse sono io che vado a cercare l’ago nel pagliaio, che ormai leggo le storie e vedo il momento di crisi, il mentore, il cattivo, la sfida, la struttura della trama. Sto diventando uno strano lettore. Magari avessi i difetti di Baricco, quando scrivo!

Perciò, prima di concludere, ti lascio con alcune frasi di Mr. Gwin, che completano quelle inserite all’inizio. Che alla fin fine, le parole dell’autore sono la cosa migliore da conoscere se vuoi davvero avere un’opinione su una sua storia.

 Jasper Gwyn diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente. Mi disse che quello che cercava di fare era scrivere quel libro per la gente che andava da lui. […]
– Come faceva?
– Li guardava. Per molto tempo. Finché vedeva in loro la storia che erano.
– Li guardava e basta.
– Sì. Ci parlava un po’, ma poco, e una volta sola. Più che altro lasciava che il tempo passasse su di loro portandosi via un sacco di cose, poi trovava la storia.

 


Sconsigliato per chi:

  • vuole posticipare il più possibile il momento del commiato da un libro e per farlo non riesce ad accettare meno di 500 pagine di storia

Consigliato per chi:

  • vuole una storia leggera
  • vuole una storia impegnata, ma leggera
  • non ha tempo per leggere tomi della lunghezza dell’Enuma Elish
  • vuole una storia con profondi significati, senza che diventi un pippone
  • ama scoprire più significati di quelli che l’autore stesso sembra aver pensato (credici…)
  • ama le piacevoli sorprese: questo libro lo è.