La famiglia Moskat di Isaac B. Singer

La lettura di questo romanzo è stata un’epopea durata mesi, un trascinarsi di non ce la posso fare/ ce la faccio, di tentativi di proseguirlo e rimanere bloccati dopo due righe. Ci ho messo due mesi per leggere i primi 4 o 5 capitoli. E poi tre giorni per leggere tutto il resto. Ormai disperavo di farcela. Volevo mollare. Mi è successo poche volte di non finire un libro, tolti i manuali di statistica all’Università e le istruzioni del videoregistratore scritte in 16 lingue, più un paio di morte, tranne l’italiano.
Non so cosa è successo.
Sarà che ho deciso di riprenderlo quand’ero in vacanza a Silba, amena isoletta al largo di Zadar, in Croazia. Saranno state le onde, le colazioni abbondanti, il sole o i pochi esseri umani incontrati sulla spiaggia che frequentavamo, a mettermi di buonumore? Chissà.
Iniziato con una noia insostenibile, l’equivalente letterario di un concerto per voce e chitarra di Povia, “La famiglia Moskat” si è rivelato per quello che è: un ottimo romanzo. Se togliamo i primi 5 capitoli.
Se io fossi un lettore del mio blog, ora mi farei due domande.
1) Ce lo dici perché ti ha fatto penare tanto questo libro, o dobbiamo firmarti un assegno in bianco per saperlo (o aspettarmi sotto casa con un randello, che mi sembra più probabile)?
2) Un romanzo che ti fa passare la voglia di essere una persona alfabetizzata per i primi cinque capitoli, si può comunque considerare un buon romanzo?

Vediamole entrambe.
1) La famiglia Moskat è una lettura mortale, per un lasso di tempo che a me è parso fin troppo lungo. Io di solito, se non succede niente, o se non mi fanno capire che succederà qualcosa entro venti righe, uso il romanzo come alternativa al fresbee.
Cosa intendo con “non succede niente?
Nella fattispecie, per almeno cinque capitoli abbiamo lunghissime descrizioni di case, cose, persone. Le persone sono descritte con dovizia di particolari dalla punta dei capelli fino al calcagno, particolari che io dimentico ancora prima di averli letti (non sforzatevi: è un paradosso. La vita ne è piena). Il tutto condito da dialoghi inutili, da personaggi senza scopo, che ciondolano fra le pagine del romanzo come un adolescente in classe alle scuole medie. I personaggi si susseguono ai personaggi, e intervengono, con i rispettivi punti di vista, ogni due righe. Risultato: considerata la mia scarsa memoria per i nomi non italici, non capisco mai chi sta dicendo cosa, quando, come e perché. E su tutto, aggettivi, aggettivi, aggettivi. Una montagna di aggettivi, la fiera dell’inutile.
2) Per rispondere a questa domanda bisogna capire com’è il resto del romanzo. Prima però vi intratterrò ancora un po’ con le mie disavventure.

A un certo punto il romanzo si è sbloccato e io l’ho divorato. Hai presente quel clic! che senti in ogni storia, che ti fa capire, se non con la logica, con l’intuito, che la storia è davvero partita? Ecco, c’è in tutte le storie. In alcune parte dopo tre righe e sono quelle dove ti attacchi alla pagina e ogni volta ti domandi “e adesso che succede? E adesso?” In altre parte un po’ dopo, ma sai che da qualche parte, in qualche piega del romanzo, c’è la promessa di una storia avvincente, che ti incollerà al divano o a qualsiasi altro supporto che il tuo fondoschiena stia usando.
Arrivare a quel clic è stata durissima. Sono andato avanti sorretto dalla pura forza di volontà, con un flebile lumicino di speranza che, a un certo punto, anche questa storia acquistasse un senso. L’ha fatto, ma è stata dura arrivarci! Non ho letto un libro: ho superato un limite. E ora ve lo posso raccontare.

Il clic avviene in sordina. Avviene quando il protagonista, il triste e inutile Asa Hesel, mostra dei deboli segnali di innamoramento. Asa Hesel è una persona incapace di avere obiettivi, incapace di perseguire uno scopo nella vita, di andare oltre le sue passioni, istinti e noie del momento. E’ un personaggio inutile e palloso e la domanda viene spontanea: come cazzo ha fatto ad essere protagonista di un romanzo? Ha vinto a una lotteria? Ha sterminato i suoi avversari? Mistero.

Non è l’unico. “La famiglia Moskat” è un romanzo corale e i protagonisti sono molteplici. E sono tutti in balia degli eventi, della loro cupidigia, della loro brama, della loro sessualità.
In realtà “La famiglia Moskat” è un avvincente esplorazione sociale, travestito da romanzo, di quello che accade a una società chiusa e restrittiva, quando i muri delle imposizioni sociali non reggono più. “La famiglia Moskat” parla di sesso, trasuda sesso, gronda sessualità da ogni pagina, da ogni riga, l’inchiostro stesso ne sarebbe stato intriso se non ne avessi letto una versione ebook. Nessuno dei protagonisti ne è esente. Amano, tradiscono, si feriscono, si lasciano, tornano insieme, si lasciano ancora, approfittano di ogni occasione per dare sfogo alla propria sessualità, senza mai riuscire a tenere una vita familiare ordinata e appagante.

[Intermezzo]
Attinge a piene mani da quella lunga tradizione del “tutti vanno con tutti prima o poi” che ha fatto la fortuna di roba come Beverly Hills e Merlose Place e che è l’intramontabile caposaldo di ogni telenovela che si rispetti.
L’unico elemento a sostegno del fatto che non sia una soap brasilera o simile è che la gente parla polacco e yiddish. Tuttavia non è che sia bastato a convincermi.
[Fine intermezzo]

Perché la sessualità è il grande motore dell’universo, una forza cieca e spaventosa, che spinge in ogni direzione possibile e che l’uomo ha tentato di imbrigliare castigandola, reprimendola, incasellandola, giudicandola. E appena i muri crollano, subito dietro il velo di una tradizione di perbenismo, la sessualità erompe e crea e distrugge senza scopo e senza razionalità. L’Azathoth di lovecraftiana memoria, il dio cieco e idiota che domina su un universo di follia e insensata distruzione, è una Giovane Marmotta rispetto alla forza propulsiva, dirompente e terrifica della sessualità liberata senza freni.

Alla fine “La famiglia Moskat” è un grande libro, perché come tutti i grandi libri parla della verità. La verità è che la vita è un fiume in piena, un flusso, un motore inarrestabile, un moto perpetuo senza freni. E che senza una disciplina, senza la scelta di una direzione chiara nell’esistenza, senza un fine esistenziale e le abilità per perseguirlo, anche le migliori intenzioni si infrangono di fronte alle pulsioni e agli istinti più primitivi.

Ovviamente, e sia chiaro, Singer non ha scritto niente di tutto ciò. Ha scritto una storia e basta. Tuttavia è così reale, così grondante di umanità, che solo uno che è stato lì può averla saputa descrivere così bene. O uno in grado di fare la magia, la magia della scrittura. E Singer, nonostante abbia il nome di una marca di macchine da cucire, ci riesce. Riesce ad andare al di là di quello che lui stesso scrive, a trascendere la sua stessa storia e a raccontare la verità, nuda e cruda, su cui la storia si costruisce. Su cui l’umanità stessa ha edificato la sua esistenza.
Sono contento di non aver mollato la lettura. Sono contento di essere arrivato alla fine.
Ho scoperto un grande scrittore e un grande libro.

Quale sarà il prossimo libro? Ancora non lo so.
So solo che se nelle prime dieci pagine non c’ha almeno due morti, tre inseguimenti e un paio di tette, finisce giù dalla finestra!

 

2 thoughts on “La famiglia Moskat di Isaac B. Singer

  1. Commento qui le tue recensioni , sei fantastico, come sempre. Anch’io ho letto i libri che citi e mi trovo perfettamente con ciò che scrivi, solo che tu hai un potere: lo scrivi in modo personalizzato, così che il lettore, più che invogliato a leggere il libro, si diletta, come me, a divorare i tuoi commenti, che sono un libro dentro al libro.
    Scusa le ripetizioni, intanto ne approfitto per salutarti, sperando che ti ricorderai di me, nonostante sia passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ti ho scritto
    Non ti ho dimenticato, impossibile farlo!!!
    Daina

  2. Dimenticarmi? Non scherziamo! Il tuo commento è un regalo di Natale inaspettato e assai gradito!
    Grazie dell’apprezzamento, ma devo dire che sono così contento di risentirti, che mi sarebbe bastato anche un semplice “ciao”
    Buon Natale!

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