Kebab for Christmas

Scritto due anni fa per un forum di aspiranti scrittori. 

Alla fine mi stufai.
La home del forum di scrittura campeggiava lì da ore e mi sfotteva solo con la sua presenza. Che assurdità, scrivere un racconto di Natale!
A me non vengono le storie. Sono loro che vengono da me. E solo quando ne hanno voglia.
È essere scrittori questo? È scrittura creativa?
Non lo sapevo, ma avevo più di un dubbio al riguardo.
Spensi il pc e andai fuori. Prima però ingollai due birre. Una in fila all’altra.
Pessima abitudine bere la mattina presto e senza aver mangiato. Soprattutto se sei astemio da una vita. Ma il Natale è un evento unico. Andava festeggiato come si deve.

Mi strinsi nell’abbraccio gelido del mio giaccone e ondeggiai per le vie della città. Nuvolette di cristallo si formavano ad ogni mio respiro. Provai a contarle, ma senza risultato.
L’odore di unto, grasso, carne e cipolla mi colpì ben prima di raggiungere la piazza.
Poco dopo avvistai il turco del Kebab.
Sempre sotto la tettoia del suo chiosco, che piovesse o nevicasse. Di sole non si parla, nel mese di dicembre.
Indossava il solito grembiule, lurido e cencioso, macchiato di ogni cosa che riuscissi a immaginare. E molte altre che non desiderai approfondire.
“Mustafà, butta male oggi! Chi vuoi che compri quello schifo il giorno di Natale?”
Lui alzò tre dita, in sequenza. Medio, indice e anulare.
“Uno oggi.”
E mi espose un bel sorriso dentibianchi. Che mi stesse pigliando per il culo?

Proseguii.
La via era deserta. Niente auto, niente moto. Nessun pedone affannato e subissato di pacchetti. Un autobus senza passeggeri mi passò davanti e scomparve, così com’era apparso, nel silenzio mattutino. Scossi il capo. Forse era l’effetto della birra.
Arrivai ai giardini. Mi accolse un paesaggio rachitico, di alberi spogli, erba secca e ghiacciata e il laghetto dei cigni senza acqua. E senza cigni.

Qualcosa si agitò in zona lombare. Freddo e alcol stavano cominciando a fare effetto. Scelsi un bel cespuglio, deflorato ma pur sempre ben ramificato e liberai l’uccello. La morsa dell’inverno cercò di stritolarmelo. Un brivido mi attraversò tutto, poi il calore ebbe la meglio e irrorai l’erba ghiacciata di ammoniaca e sali minerali. Venne su una nuvoletta vaporosa e sfrigolante. La guardai un po’ rimbecillito, immerso nel godimento estatico dell’agognata libertà interiore. Così, non vidi l’uomo finché non mi arrivò alle spalle.
“Che combini, nonno?”
Sobbalzai e andai nel panico. Sbagliai la sequenza, come un principiante. Prima si finisce, poi si chiude. Fretta maledetta!
Mi voltai, rosso in viso e più accaldato di quanto avessi voluto.
L’uomo era in divisa scura, con berretto, manganello e tanto di pistola dentro la fondina. Cazzo!
“Che combini? Non ce l’hai un cesso a casa?”
“Sì, ma è rotto.”
“E nessuno te lo aggiusta la mattina di Natale, eh?”
Non risposi. Cominciai a rovistare nella giacca se trovavo il portafoglio.
“Vita triste, eh?” proseguì quello.
Non capivo a chi si stesse riferendo
“Non c’è bene, grazie.”
Pescai il portafoglio e tirai fuori la patente. Gliela porsi. Il piedipiatti mi sorrise, un sorriso un po’ tirato. Forse era solo per il freddo.
“Lascia stare. Si vede che sei uno a posto.”
Sentii la chiazza gialla sulle braghe che aderiva con la pelle.
“Freddo oggi, eh?”
“L’hai detto”, mi rispose.
Andai nel panico. La fiera dell’ovvio stava per finire. Sta a vedere che mi toccava pure conversare?
“Ma voi lavorate pure la mattina di Natale?”
Sospiro. E relativa nuvoletta.
“Turni. Oggi a me, domani a un altro.”
“E a casa, chi ti aspetta?”
Sorrise, ancora un po’ tirato. No, non era il freddo.
“Torno a casa fra tre giorni. Il trasferimento non me l’hanno ancora dato.”
“Brutta storia.”
“A chi lo dici. Mia figlia ha quattro anni. È il primo Natale che non passo a casa.”
Rabbrividì e sbuffò. Lo feci anch’io. Mi pareva bello esser solidale. E poi faceva freddo per davvero.
“Speriamo che le piaccia il regalo di papà. Sai, le ho preso il castello delle Winx, quello grande rosa.”
“Bello.” dissi io, cercando di simulare tutto il mio interesse. Che non c’era.
Forse lui comprese. Non lo so, ma aveva una faccia strana.
“Dici che non le piacerà?”
E fu lì che lo guardai. Lo guardai sul serio, intendo.
“Vedrai che capirà.” dissi “Non ora. Ma, col tempo, capirà.”
L’uomo si chiuse nelle spalle, come se volesse scomparire. Strinse gli occhi e li riaprì. Erano lucidi.
“Dici che ora no?”
Sospirai anch’io.
“Ha quattro anni. È Natale. E papà non c’è. Tu che ne dici?”
Non gli lasciai il tempo di rispondere. Mi voltai e tornai a casa.
Passai davanti a Mustafà, il turco del Kebab. Non lo sapevo come si chiamava. Manco sapevo se era turco. Ma ci lasciai comunque qualche spiccio.
Ne presi uno con dentro tanta carne.

Arrivai a casa. L’avevo trovata la mia storia? In realtà non lo capivo.
Buttai via tutte le birre. Accesi il pc e mi ci piazzai davanti.
Niente, la storia non veniva. Però il problema del pranzo almeno era risolto.

Non esiste che mi metta a cucinare, nel giorno di Natale.