Il cappotto di Margherita

Margherita si svegliò con il fischio del treno nelle orecchie.
Sollevò la testa, quel tanto che bastava per non sentire gli scricchiolii del collo e riuscì a gettare lo sguardo al di là delle coperte.
La condensa ricopriva le vetrate, gocciolando e inzaccherando il pavimento già umidiccio. Rabbrividì.
La porta era socchiusa. E l’inverno era entrato ancora, lasciando i segni della sua presenza su ogni cosa. Era sempre così, quando troppa gente bazzicava la stanza comune.
L’odore pungente di birra, unito a qualcosa di più acre su cui Margherita non aveva voglia di indagare, riempiva la stanza. Come al solito Jacqueline si era portata qualche stupido amico in casa. Avevano bevuto e mangiato. E i segni del loro passaggio erano ben evidenti in lattine semi vuote e pezzi di stagnola infilati fra le sedie.

Decise di alzarsi.
Una fitta gelida le trafisse la spalla, inaspettata e subdola come le imboscate degli indiani nei film western che guardava da bambina. Rimase bloccata nel letto, ansimante. Il treno, nel frattempo, fischiò di nuovo. Sembrava avesse fretta questa volta.
Margherita strinse i denti, ignorò i capricci di spalla e braccio, e poi, dopo un tempo che a lei sembrò interminabile, fu fuori.
Il treno fischiò ancora. Le porte si chiusero.
Margherita, ormai in piedi e con lo sguardo appannato, osservò i vagoni sfilarle davanti e uscire dalla stazione sferragliando. Era il treno delle 6:37? O quello delle 6:43? Non aveva modo di saperlo.

Il freddo del mattino l’aveva ormai sbattuta una volta per tutte fuori dal torpore della notte. La spalla le doleva ancora e anzi, se possibile, pulsava più di prima. Lei cercò di ignorare il male. Si concentrò sulle cose da fare per affrontare la realtà del dopo risveglio.
Indossò le scarpe e il cappotto, quello lungo e pesante che le aveva regalato Andrea qualche anno prima. Quella volta che si erano incontrati al bar. Si mise anche i guanti con i buchi al posto delle dita. Anche quelli erano stati un suo regalo. O forse no?
Mise via alla belle e meglio coperte e lenzuola, afferrò il borsone, contò fino a tre e hop!, lo sollevò e uscì fuori. La fitta alla spalla era ancora in agguato, ma il calore del cappotto ne mitigava in parte l’asprezza.

Scese le scale con cautela, evitò la patina invisibile di ghiaccio nella galleria buia, risalì le scale, arrivò in bagno. L’orologio a muro segnava le 7:10.
Allora il treno appena passato era quello delle 6:43, senza dubbio. E lei ci aveva messo così tanto per alzarsi? Era tardi, tardissimo. Prendere quello delle 7:15 pareva impossibile.
Margherita cominciò a disperare. Rischiava di perdere tutto solo perché si era alzata in ritardo?

Se non altro, il bagno era libero. Jacqueline non era tornata ancora. La ragazza aveva quella fastidiosa abitudine di cambiarsi sempre in bagno. E poi passava ore a truccarsi!
Di certo si era fermata da qualche amico per la notte, come faceva di tanto in tanto. Forse stavolta era quel portoricano, quello scuro con le treccine. L’aveva visto spesso parlare con Jacqueline, ma non sembravano così amici ora che ci pensava. Lui aveva un volto torvo e un ghigno sprezzante ogni volta che incrociava lo sguardo della ragazza. E Jacqueline non sembrava mai molto contenta di rivederlo.
C’era stato un giorno, verso sera, che le avevo chiesto chi fosse il portoricano. Di solito non chiedeva mai nulla dei suoi amici. Sembravano brave persone in fondo. Padri di famiglia. Ma quell’uomo scuro era diverso. Jacqueline aveva un sorriso triste e aveva risposto: “Non è portoricano.”

Un fischio lontano la riscosse dalle sue divagazioni. Il treno! Quello delle 7:15! Stava arrivando, era già qui!
Afferrò la borsa, uscì dal bagno, attraversò il cortile, scese le scale a rotta di collo, evitò per miracolo il ghiaccio invisibile, risalì la scalinata saltando i gradini a due a due. Incrociò il treno che era appena riemersa dalla tromba delle scale.
Il cuore le sfondava il petto da tanto che batteva. La gola era in fiamme, la vista annacquata e l’aria sembrava svanita dai polmoni o non esserci proprio mai stata.
Il treno si fermò con un fragore acuto. Le porte si aprirono, scesero poche persone. Studenti, lavoratori. Margherita era stremata ma felice. Salì, col borsone appresso. Le porte si chiusero, il treno partì.
7:15 precise. Anche stavolta ce l’aveva fatta, pur avendo rischiato. Ma in quelle giornate d’inverno alzarsi diventava ogni mattina più difficile e il sole non le colpiva più gli occhi, strappandola dal sonno e riportandola al mondo della luce. In quei giorni, qualcuno dimenticava sempre la porta socchiusa e il gelo penetrava nella stanza e infine, nelle ossa e nella carne.

Per ora ce l’aveva fatta. Non guardava fuori. Il viaggio non le interessava, lei pensava alla sua meta. Appena mezz’ora e poi la prossima stazione. Da lì, meno di due minuti per raggiungere il bar.
Cercare il tavolino giusto, quello quadrato vicino all’angolo destro in fondo. Ordinare brioche e un tè caldo, con poco zucchero. Il tutto entro le otto.
Alle otto, in quel bar e sul quel tavolino, arrivava Andrea.
Arrivava con la sua giacca nero fumo e quel sorriso cordiale e le sue mani grandi, che stringevano un fagotto imballato. Si avvicinava e chiedeva:
“Posso sedermi qui?”
Lei annuiva, anche se un po’ stupita che quell’uomo si fosse voluto sedere proprio lì, vicino a lei.
Era più giovane, alto, non robusto. Capelli scuri e occhi trasandati. O forse era il contrario. Bè…non era importante.
Aveva un sorriso cordiale. Un sorriso che lei rammentava bene.
“Sono passato di qui per caso, andavo al mercatino dell’usato. Ti ho subito riconosciuta.”
Margherita non aveva osato interromperlo e aveva continuato a sorseggiare il suo tè, tutta assorta.
“Tu sei quella che sta alla stazione, vero? Quell’altra intendo.”
E aveva allungato un dito ossuto nella direzione da cui proveniva lei.
Margherita era rimasta in silenzio, a osservare quelle mani lunghe e nodose. Lui aveva sorriso ancora. Poi l’aveva guardata, serio.
“La porta della sala d’aspetto è rotta da anni. Non dovresti dormire lì. Ti ammalerai.”
E aveva tirato fuori il fagotto. Che non era un fagotto, bensì un cappotto di pelliccia, caldo e soffice come la pancia della mamma.
“Lo portavo al mercato dell’usato. Era di mia nonna, oramai non le serve più. Ma forse serve più a te.”
Aveva finito il cappuccino, un sorriso ed era andato. Lasciandole lì il cappotto, un cappotto di pelliccia vera. Morbido e caldo proprio come la mamma.

Aveva quel cappotto da tre anni. Aveva rifatto quel viaggio il giorno dopo e quello dopo e quello dopo ancora. E avanti così, tutti i giorni, il treno delle 7:15, arrivo in stazione alle 7:45, correre al bar, tavolino quadrato in fondo a destra, brioche e tè caldo. Con poco zucchero.
Aspettando che Andrea le portasse qualcos’altro. Aspettando che tornasse.
Non l’aveva ancora rivisto fino ad ora. Ma lei era certa che prima o poi sarebbe tornato. Bastava solo aspettare. Peccato diventasse sempre più difficile alzarsi di anno in anno. Quell’inverno poi era stato più duro del previsto. Se solo Jacqueline avesse chiuso la porta, la sera. Sembrava quasi facesse apposta.

“Grazie Andrea.”
Erano state le sue uniche parole quel giorno.
Lui se ne stava andando. Si era fermato, si era voltato e aveva sorriso un’ultima volta. Un sorriso cordiale.
E poi era svanito, inghiottito dal gelo di quella mattina d’inverno di tanti anni fa.
Prima di scomparire, aveva pronunciato una frase. Solo una, rimasta sospesa nel tempo e nell’aria calda del bar.

“Non mi chiamo Andrea.”

2 thoughts on “Il cappotto di Margherita

  1. Questo sì che è un bel “Racconto di Natale”!
    Trovo perfetto il dispiegarsi della storia, la gestione dei tempi e delle rivelazioni che portano al finale.
    Ed è emozionante; ovvero muove a commozione anche il più frigido dei lettori.

  2. Grazie.
    Tra l’altro – piccola curiosità – questo racconto mi è stato ispirato 4 anni fa dall’incontro con una senzatetto, la quale mi spiegava quanto fosse difficile dormire in inverno in stazione.

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